Certe storie andrebbero raccontate sussurrando

“Uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra. Ma non fu così. La Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici che si aggirano intorno a te. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca. Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi. Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo”.

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Certe storie andrebbero raccontate sussurrando, tanto è delicata la loro trama intessuta di emozioni non ordinarie, come non ordinario è questo tempo che stiamo vivendo, fitto di dolore eppure anche luminoso. E' un tempo che ci mette alla prova con richiami diversi: a volte ci chiede solo di trovare la pazienza di accettare le rinunce ed i limiti; altre volte, invece, ci chiama ad azioni più complesse, a sfide straordinarie.

NicholasDiotalevi4ACom'è successo a Nicholas Diotalevi, 18 anni, studente della classe IV A-AFM del nostro Istituto che in una domenica di marzo, mentre da tutte le case echeggiavano i terribili notiziari della pandemia che stava scoppiando e gli inviti perentori a non uscire, a non incontrare nessuno, a non avere contatti, viene strappato al sonno dalle urla e dalle richieste di aiuto che arrivano dalla casa di un suo vicino. Il tempo di realizzare cosa stesse succedendo gli basta per decidere di intervenire.

A scuola il suo docente di Educazione fisica, il prof. Francesco Travaglini, ha sempre dedicato molte ore alle lezioni sul primo soccorso, alle manovre necessarie, alle procedure da effettuare e quel bagaglio prezioso di conoscenze ora lo riveste di coraggio: Nicholas si veste in fretta, si disinfetta le mani come sa di dover fare, indossa la mascherina e corre: c'è un giovane uomo sdraiato su un letto, ha gli occhi aperti, ma è incosciente e mostra segni di soffocamento. E' intuibile che si tratti di un attacco cardiocircolatorio. Con lui ci sono la moglie, in pieno intuibile panico, ed un altro vicino che con molta generosità sta provando a fare qualcosa, nell'attesa che arrivino i soccorsi. Ma come dicevamo, questo è un tempo non ordinario e in quelle sere, specialmente, in cui il virus infuriava nelle nostre città, quasi tutti i mezzi di soccorso erano impegnati con il trasporto dei malati di Covid-19. I minuti sembrano interminabili, Nicholas inizia col dare qualche suggerimento ai due adulti presenti nella stanza: la posizione della testa, la lingua, il punto più esatto su cui fare le compressioni toraciche per il massaggio cardiaco, il ritmo da tenere, l'intensità. Le parole del suo professore riaffiorano una ad una, sfilano in ordine, gli danno una grande lucidità pur nella compulsione del momento. Quando vede l'altro soccorritore in affanno e stanco, decide di intervenire più energicamente e lo sostituisce, si prende cura di quel corpo sofferente, di quel papà troppo giovane per non farcela… E lo fa con tutta la forza dei suoi diciotto anni, con la speranza di un lieto fine che dia senso a quella paura e a quel coraggio. Lo fa perché quell'uomo che pur conosce poco, ha la stessa età di suo padre, perché ha un bimbo di sette anni. Lo fa perché è un uomo e perché anche Nicholas ora lo è. Lo è diventato nel giro di pochi minuti, quando è scattata in lui la scelta di mettere la possibilità di aiutare un'altra vita davanti al rischio in cui stava mettendo la sua. “E chissà, prof... forse è nei miei geni, questo istinto alla cura. Entrambi i miei nonni sono medici.” mi ha detto Nicholas, dopo avermi raccontato questa storia. Forse, Nicholas. O più semplicemente tu appartieni alla categoria di chi nelle proprie vene sente scorrere forte l'umanità."Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo." come ci ha insegnato Margareth Mead.

Non tutte le storie belle però hanno un lieto fine. Quando finalmente l'ambulanza arriva, l'uomo è ancora vivo, viene intubato e trasportato in ospedale dove resterà ricoverato per venti giorni. Poi ai famigliari, nella durezza imposta dalla tragedia che la sanità stava vivendo, arriva la notizia del suo decesso ed un addio senza spiegazioni e senza commiato chiude nel dolore di un lutto questa storia.

Nicholas sognava di vederlo tornare a casa, un giorno; immaginava che l'uomo avrebbe suonato alla sua porta, che ci sarebbe stato un forte abbraccio pieno di cose non dette perché quell'incontro non avrebbe avuto bisogno di parole. Così si sarebbe chiuso un cerchio e sarebbe stato un ricordo perfetto, da incastonare fra le sue esperienze più potenti ed emozionanti.

Ed invece cosa ti resterà, Nicholas?”

La serenità di avere fatto ciò che sentivo di dover fare, anche se sapevo che avrei scatenato il panico tra i miei famigliari rischiando un possibile contagio. I giorni successivi i miei genitori mi hanno spesso detto che mi sono comportato da eroe, io invece credo che "eroi" sono tutte le persone che sanno di dover fare il proprio dovere e che lo fanno come meglio sanno e come meglio possono”.

E quel cerchio, ora, come lo chiudiamo, Nicholas?

L'ho chiuso. E’ stato quando ho potuto ringraziare il mio insegnante, il prof Travaglini, per tutto ciò che ci ha insegnato e per come lo ha fatto: con chiarezza, semplicità, efficacia. Per questo gli ho raccontato questa storia. Per dirgli grazie”.

Patrizia Lucangeli

Pubblicata il 14 maggio 2020

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