La vita è ciò che accade mentre sei impegnato a fare altri progetti

«La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti»

(John Lennon in Beautiful Boy)

Andrea ha appena vent’anni ed esattamente un anno fa era uno dei tanti studenti del nostro Istituto alle prese con le emozioni della vigilia della maturità, che condivideva con i suoi compagni della 5^BT del Tecnologico. Chissà cosa immaginava, Andrea, quando pensava ai mesi che sarebbero seguiti a quell’atteso traguardo… La libertà dagli impegni scolastici, certo, e tanto tempo libero e felice per vivere spensieratamente la sua età, gli amici, le serate in compagnia. Le idee sul futuro, del resto, non erano ancora chiarissime.

Pochi mesi prima, però, accompagnando sua nonna in ospedale, aveva conosciuto un ragazzo che stava svolgendo un Servizio Civile con la Croce Rossa Italiana; il suo entusiasmo lo aveva un po’ contagiato e così, senza pensarci troppo, aveva inviato anche lui la domanda di partecipazione. Dopo un corso di tre settimane, Andrea inizia la sua esperienza con la Croce Rossa Italiana, sezione di Pesaro. Il suo ruolo è quello di soccorritore, coadiuvante il soccorritore autista nelle autoambulanze. Due giri tranquilli delle pagine del calendario e poi, come è storia purtroppo nota, anche nella nostra provincia inizia il delirio: l’emergenza COVID-19 trascina tutti in una specie di irrealtà dolorosa e pesante, che diventa un vero e proprio incubo per chi, in quella morsa di paura, febbre e respiro corto deve vivere tutti i giorni.

“I turni”, mi racconta Andrea, “erano di sei ore, ma a volte è stato necessario arrivare fino a dodici, soprattutto per chi era di servizio nei turni notturni. Il nostro compito era quello di gestire il sovraccarico dell’ospedale di Pesaro, trasportando i malati in altre strutture della regione, a volte anche molto distanti: Macerata, Iesi, San Benedetto del Tronto. Calzari, occhiali, mascherina, camice e tre paia di guanti: si partiva bardati così e dovevamo in quelle ore cessare di esistere come individui che possono avere fame, o sete o altre necessità. Tutto ciò che indossavamo era potenzialmente infettivo e si doveva ridurre ogni possibile rischio di contaminazione della nostra persona e di ciò con cui venivamo a contatto. Una volta portata a termine la nostra missione c’era il rientro alla base, poi le lunghe operazioni di svestizione di noi operatori e la sanificazione dell’autoambulanza: ogni gesto andava calcolato, controllato, svolto accuratamente perché la posta in gioco era davvero alta. Ci sono stati giorni in cui abbiamo trasportato anche sei pazienti, di tutte le età, ed in condizioni molto diverse.

Quando finalmente si tornava a casa partivano le paure, che fino a quel momento erano state tenute a bada dalla concentrazione, dalla prudenza, dalla sensazione di fare una cosa utile e di avere le giuste protezioni nel farle. Avevo paura di “portare il virus a casa”, dai miei famigliari e per questo mi sono isolato moltissimo, evitando il più possibile i contatti con loro. Sono stati mesi in cui sono cresciuto molto; la solitudine e le esperienze che facevo di giorno mi hanno fatto diventare più responsabile, ma anche più consapevole. Come molti altri, anch’io ora apprezzo di più le piccole cose, non le considero scontate, ed anche lo stare in famiglia ora è solo un piacere, mai un dovere. Alcune immagini mi resteranno negli occhi e nel cuore per sempre, ma l’emozione più forte, quella che incasellerò al vertice di questa esperienza, è sicuramente legata alla commozione infinita che si respirava nel momento delle dimissioni dei malati: veder piangere i pazienti e le loro famiglie che erano lì ad attenderli ma soprattutto il personale sanitario, i medici, gli infermieri che li avevano accuditi e curati impiegando tutte le loro energie e la loro resistenza, è stato straziante, meraviglioso e dolcissimo”.

-Andrea, cosa diresti ai tuoi compagni che scalpitano per ricominciare la movida, per tornare alle compagnie numerose, alle feste, senza preoccuparsi di evitare gli assembramenti o di rispettare le distanze?

“Non so dire nulla di più di ciò che già sanno. Bisogna fare attenzione, stiamo uscendo da un tunnel ma non siamo ancora oltre la linea del pericolo. Capisco la voglia di divertirsi, che è anche la mia, ma dobbiamo essere pazienti e prudenti. C’è stato uno sforzo collettivo enorme per fronteggiare questa emergenza; non possiamo e non dobbiamo vanificarlo per una leggerezza che è solo da rimandare di qualche mese”.

Patrizia Lucangeli

Pubblicata il 30 maggio 2020

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