Ad uno ad uno

Ad uno ad uno. Così siamo rientrati a scuola.

Compostamente in fila, dopo molti mesi di assenza dall’istituto, dopo una pandemia che forse ci ha cambiato per sempre o forse no, dopo pochi saluti impacciati nell’atrio esterno. Distanziati, debitamente mascherati e sanificati, abbiamo ritirato la nostra scorta di mascherine, firmato l’ennesima autocertificazione e seguito i percorsi scrupolosamente tracciati lungo i corridoi, che ci guidavano diretti verso le rispettive aule in cui si sarebbero svolti gli esami delle nostre classi.

Tutti i soliti rituali della vita scolastica sono saltati, anche in occasione degli esami. Niente saluti e risate fra colleghi sorseggiando il caffè alle macchinette, prima di iniziare; senza il ronzio noioso dei ventilatori o dell’aria condizionata e neppure il fruscio più elegante dei ventagli; nessuno ha potuto rallegrare le pause di metà mattina portando vassoi di paste o specialità salate; nessuno ha potuto avvicinarsi ad un collega spostando la sedia per sentire meglio o per scambiare un parere sul colloquio. A debita distanza, ancorati al banco inizialmente scelto senza possibilità di variazioni né di sgranchirsi le gambe gironzolando un po’ fra un candidato e l’altro. Il primo giorno è stato straniante; ma noi umani siamo creature facilmente adattabili e già dal secondo il passo si è fatto più elastico, l’impaccio meno evidente, qualche battuta è stata scambiata e le aule hanno ricominciato a sembrare più simili a quel che sono sempre state: un luogo dove si apprende e si parla, dove si studia ma si può anche scherzare, dove si lavora ma ci si incontra a volte anche su piani più ludici e personali.

E loro? I ragazzi, gli studenti, anzi… i candidati?

Composti, adeguati, in linea con tutti i regolamenti: sono entrati con le loro mascherine azzurre e si sono subito diretti vero il banco predisposto, pronti a parlare attraverso la paratia separatrice dopo aver salutato gli insegnanti presenti ma anche la docente connessa su Meet, che li salutava dallo schermo al loro fianco,  e dopo aver rivolto un rispettoso Buongiorno al Presidente. I ragazzi sono stati luminosi, in questi mesi: ci hanno più volte stupito con la loro inimmaginata capacità di accettare questo sovvertimento totale delle loro vite, delle relazioni, dei tempi e degli spazi; anche in questa occasione ci hanno dimostrato di saper stare al gioco, anche quando le sue regole cambiano d’improvviso. Ho sentito pochi lamenti da parte dei miei maturandi, nelle ultime settimane convulse della DAD: gli esami si avvicinavano e nessuno sembrava preoccuparsi del fatto che loro neppure sapessero come si sarebbero svolti, quali prove avrebbero dovuto affrontare, né in quale modalità. Hanno saputo aspettare con la consapevolezza che l’eccezionalità del momento comportasse quasi inevitabilmente confusione ed informazioni tardive e contraddittorie. Hanno colto con prontezza i vantaggi che questo anno scolastico anomalo ha comportato, ma hanno ben chiare anche le perdite e le rinunce. Non hanno avuto le parti peggiori degli esami, certo: le prove scritte complesse, lunghe, estenuanti, ad esempio. E gli impegni fino a luglio inoltrato. E poi, un’ammissione senz’altro facilitata, per alcuni, e per tutti una commissione tutta interna e senz’altro improntata ad una generale benevolenza.

Però hanno anche perso molto: l’indimenticabile gita del quinto anno, la festa dei Cento giorni, i pomeriggi di studio insieme che si protraggono fino a notte, con la pizza al cartone che le mamme fanno recapitare nelle stanze, bevendo caffè freddo mentre si ripassano D’Annunzio, le formule  e i teoremi. E quando poi si esce per fare quattro passi, perché la testa sembra quasi esplodere e non ci sta più nulla, fuori ci sono quelle sere fantastiche di giugno in cui la notte è lì ad aspettare le loro voci e le risate che echeggiano lungo le vie e sono piene delle promesse delle giornate future. Verso le quali, a quell’età, si va “insieme”: raggruppati si è più forti, un piccolo schieramento oplitico, ben serrato e compatto, può sfondare ogni avversità, se si hanno vent’anni.

Ed invece, sono arrivati anche loro come noi: ad uno ad uno.

Soli, come noi insegnanti. Ma con loro sono entrate tante di quelle emozioni come mai prima in una sessione d’esame: non abbiamo mai pianto tanto come quest’anno, loro e noi! Di commozione, spesso, nominando una persona cara a cui si sono sentiti molto vicini o che al contrario hanno perso in quei mesi disperati e bui, mentre la primavera fuori esplodeva ed in molte case invece calava il buio di distacchi terribili ed ingiusti, avvolti nel silenzio. E poi lacrime di tenerezza, nel congedarci da chi abbiamo visto crescere e qualche lacrima, per fortuna, è scesa anche per qualche clamoroso e divertente errore.

Tutto ciò mi ha fatto spesso pensare ad una poesia che ho molto amato nella mia giovinezza: “Non verremo alla mèta ad uno ad uno”. E’ di Paul Eluard ed è stata composta dopo la seconda guerra mondiale, precisamente nel 1947.

Non verremo alla mèta ad uno ad uno,
Ma a due a due. Se ci conosceremo
A due a due, noi ci conosceremo
Tutti, noi ci ameremo tutti e i figli
Un giorno rideranno
Della leggenda nera dove un uomo
Lacrima in solitudine.

E’ un inno all’amore, ma anche alla vicinanza, alla condivisione, alla partecipazione. Con l’auspicio che non si debba più in futuro entrare, in nessun luogo della vita… ad uno ad uno.

Patrizia Lucangeli

Pubblicata il 29 giugno 2020

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